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Sono le di   Aggiornamento 13 maggio 2020
 

"Il tempo è lo spettacolo del divenire" Husserl

Come vivere
con noi stessi e
gli altri dopo la
quarantena Covid-19

Per molti la ripartenza è e sarà difficile, impegnativa, per questo ci offre l'occasione di costruire un tempo/avvenire futuro migliore, un nuovo modello di sviluppo e sociale, a livello nazionale e globale, nel rapporto tra le persone e l'ambiente.

di Giuseppe Errico - Sociologo ed Atropoologo**

Il Coronavirus, nemico invisibile ed imprevedibile, è arrivato in Italia e in altri luoghi del mondo, come uno stato di guerra, un uragano cognitivo, una tempesta emotiva, spostando/modificando ogni cosa sul suo cammino (presente e futuro dell’umanità), ogni conoscenza scientifica, ogni cura medica e psicologica, ordine di vita che ci riguarda (la vita in comune e l’interesse collettivo). La situazione di emergenza in questi giorni ha generato un forte impatto sulla psiche collettiva, sulla nostra quotidianità, sui nostri stili di vita (abiti mentali), sulle nostre relazioni sociali, sul modo di intendere le regole, il nostro rapporto con le Istituzioni e con la comunità alla quale apparteniamo.
Per rispondere a questo malessere si sono messe in campo varie strategie mentre gruppi di psicologi di diversi Atenei, associazioni, ordini professionali hanno messo a punto dei manifesti e dei questionari (da compilare online) per rilevare in modo preciso, sistematico “il mutamento” ovvero queste dimensioni. Il tentativo è ragionare – una volta ottenuti i risultati – sulle strategie e sulle azioni da proporre ai cittadini, genitori, insegnanti, operatori sociali. Lo scopo di tale sforzo è quello di favorire il benessere psicologico individuale e dei gruppi e, soprattutto, sostenere la non facile fase di transizione verso una nuova normalità e rete di relazioni umane.
Oltre a minacciare, nell’emergenza, la nostra salute (a volte pur rimanendo a casa!) il virus sta rimodellando il nostro tempo interiore di vita, le relazioni umane, sta minacciando la coscienza interiore, le forme di socialità e le modalità dell’abitare lo spazio che occupiamo sul pianeta. Il virus, offrendosi come un rito di passaggio-soglia, ci costringe ad osservare, senza poter intervenire, i limiti umani, le trasformazioni collettive e individuali, l’ambiente umano e la mutazione del tempo. Tutti noi, prima della comparsa del Coronavirus, coltivavamo l'illusione di essere “mortali e immuni”, privi di rischi di contagio (il virus è altrove, in Cina), al riparo da epidemie come quelle che hanno funestato il Pianeta in passato, in ogni epoca. Al massimo, pensavamo, emergenze infettive come la Sars o l'Ebola in Africa possono manifestarsi in aree da questo punto di vista meno sviluppate del Pianeta. Il confine tra i ricchi e i poveri del pianeta sembrava garantire una banale barriera alla diffusione. Anche se gli spostamenti di merci e di persone, sempre più intensi su tutto il Pianeta, la crescita dei contatti tra popolazioni lontane dovevano avvertirci del conseguente maggior pericolo di possibili contagi ovunque. A minare definitivamente la nostra presunzione di superiorità e immunità è stato proprio l'arrivo del Covid-19, che sta mutando ogni scenario e previsione, provocando numeri elevati di contagiati e decessi in ogni parte del mondo.
Il recente Coronavirus narra di uno spazio sospeso (la quarantena), della nostra libertà e coscienza, del binomio “normalità/anormalità”, di un luogo interiore (la psiche, il corpo) ed esteriore (lo spazio, l’ambiente). Un luogo, tuttavia, dai confini incerti, mobili, sempre soggetti a essere ritracciati; un luogo di passaggio, talvolta oscuro e insidioso, che appare poco visibile. Il Coronavirus non è ancora stato sconfitto, ma a seguito di un significativo calo dei contagi, l’Italia ha dato avvio alla “fase due” dell’emergenza, con un allentamento delle misure restrittive, che prevedono però di continuare a rispettare molte norme tese al contenimento del virus: dalla distanza sociale all’uso della mascherina, alla progressiva e prudente riapertura delle attività commerciali e produttive. Per sottolineare questo importante e delicato momento, oggi si accenna alla “ripartenza”. L’occulto Coronavirus ci costringe ad usare nuove parole, a muoverci come fantasmi e ospiti nelle città e in noi stessi, nelle periferie, in ogni luogo sino a diffidare di ogni persona, relazione, cosa che incrociamo, osserviamo. Questo nuovo spazio/luogo è la soglia per/del futuro, di ciò che ancora, come persona, non sappiamo, dopo aver abbandonato le nostre certezze di immortalità e con l’avanzare dello spettro della povertà.
Nel tentativo di interrogare questo periodo transitorio (soglia), tale figura appare vertiginosa, senza tempo e priva di fecondità positive.
Il Coronavirus rimanda alla malattia, alla religione, al presagio di morte e al mondo dei rapporti umani (forme di socialità).
Per molti la ripartenza è e sarà senz'altro difficile, impegnativa, ma proprio per questo ci offre l'occasione di costruire un tempo/avvenire futuro migliore, un nuovo modello di sviluppo e sociale, a livello nazionale e globale, nel rapporto tra le persone, con l'ambiente. La prima conseguenza che ha comportato la Pandemia è stato il mutamento del senso dell’abitare noi stessi e lo spazio di vita: abitare la psiche, abitare la casa, simbolo di intimità, protezione, rifugio.
La storia antica, rispetto alla casa-abitare, ci mostra come siamo stati bravi ad abitare le grotte, per poi costruire palafitte e capanne. Culture diverse, ambienti diversi. Oggi le nostre case ritornano ad assumere i significati antichi legati al proteggersi anche se i nostri appartamenti sembrano tutti uguali. Ogni casa è ben visibile e si lega alle nostre tradizioni familiari, al nostro modo soggettivo di abitarlo, di riempirlo di significati. Abitare un luogo (casa) significa tante cose per le persone ed ora ancora di più poiché non possiamo allontanarci da essa.
Abitare, vivere la libertà di un certo ambiente, rappresenta una complicata unione tra le nostre esigenze vitali e le possibilità che l’ambiente ci offre. Vuol dire libertà di essere noi stessi ma anche limitazione, impedimento, prigionia.
Non sempre, in epoca Coronavirus, lo spazio ci è apparso uno spazio felice.
«Il nostro proposto, in effetti, è quello di esaminare immagini molto semplici, le immagini dello spazio felice. Da tale punto di vista, le nostre ricerche meriterebbero il nome di topofilia, in quanto esse colgono a determinare il valore umano degli spazi di possesso, degli spazi difesi contro forze avverse, degli spazi amati…si tratta di spazi lodati. Al loro valore protettivo, che può essere di segno positivo, si ricollegano anche valori immaginati e questi ultimi diventano ben presto valori dominanti. Lo spazio colto dall’immaginazione non può restare lo spazio indifferente, lasciato alla misura ed alla riflessione del geometra: esso è vissuto e lo è non solo nella sua possibilità ma con tutte le parzialità dell’immaginazione».
Personalmente credo che non tener conto degli aspetti psicologici legati alla pandemia Coronavirus e alle forme del vivere a casa, ai vissuti dell’abitare e del tempo può condurre ad analisi sbagliate sul futuro della ripresa e la previsione dei comportamenti umani. Anche il campo della psicologia e della salute ha dovuto rimodellare ogni forma di pensiero operativo, di cura e di prassi terapeutica (dal divano al pc, dall’incontro tra corpi viventi ad incontri a distanza).
Tutte le scienze umane e mediche appaiono in crisi mentre il tempo offre un nuovo scenario.
«Il tempo è lo spettacolo del divenire. Infatti, in qualsiasi modo lo si consideri, esso ha sempre a che fare con ciò che muta. E quand’anche nulla divenisse, l’esperienza del tempo sarebbe ugualmente esperienza del divenire sia pure inteso come fede nel divenire medesimo. L’implicazione tra tempo e divenire è vera in ogni caso, sia qualora si consideri il tempo come numero del movimento che come a priori della successione, che come quarta dimensione del mondo fisico, ossia della realtà cosmologica. L’esperienza del tempo, come modo d’esperienza del divenire, è, come il divenire, esperienza complessa…L’esperienza del tempo, in quanto esperienza, dà luogo, dunque, a modalità espressive variate e altrettanto complesse di temporalità: genera forme del tempo». Oggi appare difficile la comprensione del futuro, delle trasformazioni dell'orizzonte conoscitivo (il mondo dell’accadere) ed emozionale (il mondo di ciò che si prova). Siamo tutti alla ricerca e alla riconquista di uno spazio di liberta individuale perduto, di un ritorno alla normalità?
L’invito, per chi scrive, rivolto alla nostra silenziosa coscienza sembra essere, per tutti, quello di oltrepassare il senso di isolamento, di mettersi alla ricerca di uno spazio perduto. Se è vero, come il tempo agostiniano, che lo spazio è “la più ovvia delle cose”, ne consegue un esito radicale: individuare, partendo dalle persone, il punto di saldatura tra lo “spazio vissuto” e il “segno dei tempi”, la cronodesi.

**GIUSEPPE ERRICO: Presidente Istituto di Psicologia e ricerche socio sanitarie (Formia, Italia). Ricercatore nel campo delle scienze umane ad indirizzo Antropologico-Trasformazionale. Psicoterapeuta - Psicologo volontario presso l’Azienda dei Colli – Centro regionale malattie rare (CRMR) della Campania.