Sono le di Aggiornamento 21 dicembre 2020 |
Affinché gli idioti sappiano e gli Amici ricordino
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Il rapido decadimento valoriale e le sciagurate manifestazioni irrazionali |
Dove sono le paladine del femminismo ultrà? Dov’è la chiesa con la “C” maiuscola, che non si faceva insultare da qualsiasi cane ben pagato da chi lo tiene alla catena? Dove sono le sardine? Dove sono gli italiani? Dove sono i padri e le madri che dovrebbero proteggere i ragazzi dalle parole d’odio e di violenza veicolate senza freni?
di Gaetano Insinna, Segretario Generale Aggiunto del SIM Guardia di Finanza
Cari Amici e Colleghi,
permettetemi di ricordare a qualche testa "vuoto a perdere" che questa società malata ha smarrito la strada del buon senso e muove i propri passi frettolosi sulla corda tesa tra i bordi dell’abisso.
All'inizio di questo 2020, anno da cancellare dalla storia insieme alle comparse che calcano la scena, mi accorsi che scrivendo contro la propaganda e la dottrina componevo pure in rima.
Oggi ripropongo ciò che scrissi al mio amico Matteo sull’indebolimento dell’attività intellettuale in un Paese che sembra non riuscire ad esprimere lo sdegno per il rapido decadimento valoriale e le sciagurate manifestazioni irrazionali che corrono incontro al fatalismo della storia.
Dico questo affinché gli idioti sappiano e gli Amici ricordino, perché, già a febbraio, decisi di raccontarvi l’essenziale della mia moderna angoscia esistenziale.
Angoscia condivisa col mio amico Professore di filosofia:
Ciao Matteo, capisco l’amarezza che può patire un positivista come te, ma il mio corruccio è diverso dallo spleen e, a ben vedere, ho consumato ogni residua goccia di romantica fiducia.
Tra musica d’insulto, buffoni seminudi, saccenti non richiesti e moraliste d’altri credi, a Sanremo c’è davvero poco da vedere e da sentire.
È una cloaca a cielo aperto, l’inconsistente spettacolo pompato per sdoganare droga e perversione in una società malata che ha perso il senso e la misura.
Che vergogna! Che schifo!
Dove sono i pensatori? Vedo solo cavalieri dall’intelletto marcio!
Dove sono le paladine del femminismo ultrà? Dov’è la chiesa con la “C” maiuscola che non si faceva insultare da qualsiasi cane ben pagato da chi lo tiene alla catena?
Dove sono le sardine? Dove sono gli italiani? Dove sono i padri e le madri che dovrebbero proteggere i ragazzi dalle parole d’odio e di violenza veicolate senza freni?
Caro Amico, ogni istante ha la sua prova mentre un nuovo compito ci pressa, ma se dovrà aspettare… aspetterà.
Perché dovremmo correre? A chi importa? Tanto già si sa che la colpa sarà Nostra!
Ogni giorno registriamo un nuovo insulto tra le risa e gli sputi del progresso di una società smarrita che ha perso i suoi valori.
Sarebbe questa la libertà che immaginiamo? Sarebbe questo il nuovo mondo tossico, violento e depravato che si vorrebbe imporre?
Mi sembra il déjà vu della profonda malinconia oggettivata racchiusa nelle strofe di un paesaggio piovoso, grigio e cupo: “Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni, e versa, abbracciando l’intero giro dell’orizzonte, la luce diurna più triste della notte; quando la terra è trasformata in umida prigione dove, come un pipistrello, la Speranza sbatte contro i muri con la sua timida ala picchiando la testa sui soffitti marcescenti;...”
Ah quanti ricordi custodisce la memoria della passata gioventù!
Ormai viviamo in una società avvinghiata al suo marciume che costruisce idoli fugaci, guappi di cartone e drogati in calzamaglia. È il tripudio dell’ovvia inconcludenza Amico mio!
È l’ignoranza che calpesta chi eravamo, la bestia contrapposta alla ragione, lo squallore che deturpa la bellezza.
Non ha più vittorie l’oggi e tutto è brutto.
La novità è solo il rumine d’una lenta digestione spacciata per bisogno urgente e necessario.
È solo propaganda di rincoglionimenti sempre nuovi che annullano i pensieri e introducono concetti senza amore né colore, tra i guasti dell’economia fasulla e la disperazione spirituale.
Strani giorni e strani climi tra saccenti ben pagati, sfaccendati d’oltremare, musica balorda, incartapecoriti speculanti e pensieri irriflessivi da tastiera.
Mentre si punta il dito contro quegli episodi fulminei che attraversano il tempo senza lasciare un segno mitigante tra le aspre incomprensioni, scorgo l’acredine scolpita nel ghigno irriverente della contrapposizione a prescindere e della supponenza cercante indefiniti antagonismi e soliloqui.
Quante bulimiche comparse svendono l’anima e il groppone mentre calcano platee che inseguono la scia della menzogna, menzogna che si perde tra i sogni di carta e le nuvole di fumo.
Nessuno sembra in grado di tessere la tela e ritrovare il punto tra le carte del mazzo, accentuando militanze e presenze inopportune che molti danni fanno ad un Paese in preda al risiko bancario e finanziario che si evolve e picchia duro nel complice silenzio dei vili traditori.
In fondo credo che questa realtà impaginata sia solo cronaca che non diventerà mai storia. Del resto la crisi finanziaria del 2008, il 'credit crunch' e la recessione potrebbero aprire il dibattito sulla validità del modello italiano, ma non scorgo, a destra e a manca, gruppi dirigenti che, sia nel bene sia nel male, potrebbero raddrizzare un Paese a elevato tasso d’instabilità, svenduto dai balordi del Britannia… e, intanto, l’IVA aumenterà.
Mi chiedi cosa penso dell’Europa?
Ti dirò che nulla di nuovo è nato sotto il sole. Questa Europa è un sogno infranto, un bimbo morto in grembo. È un mostro dai mille europeismi che non sarà mai patria. È feroce tradimento, dittatura finanziaria e latrocinio. È un albero che non ha radici, è l’idea di un muratore folle che vuole costruire la casa cominciando dal tetto.
Il mercato si fa con i quattrini, la Patria con il cuore, è questa la sostanziale differenza che l’idiota non comprende.
Questa Europa è un’entità lontana che ha tradito la cultura, la bellezza, l’arte e la sua storia. È un carrozzone senza senso e identità che ha dato una pedata al suo passato per obbedire agli interessi del profitto che strumentalizza tutto in funzione dei propri privilegi.
È l’economia irreale che fa l’Europa ed è per questo che s’è perso il senso della società, della storia e dell’esperienza europea. L’europeismo economico, in definitiva, è il povero europeismo dei ricchi dal quale gli europei sono programmaticamente esclusi e controllabilmente assenti.
Questa Europa è un sogno che non vola e non trova il suo futuro.
È una carrozza senza luci che affronta il sentiero di montagna quando il cielo si fa scuro e rovinerà lungo la china.
Occorrerebbe troppo tempo per fornire una coerente analisi interdisciplinare degli aspetti economici, politici ed etici sulla struttura del debito, la sostenibilità, i vincoli e le condotte in grado di garantire la giustizia intergenerazionale nel futuro che verrà.
Oltre alle indignazioni di facciata c’è davvero poca voglia di immergersi nella condizione tragica di un’umanità che ha perso la sua rotta, che fatica a riconoscere la meta, ma che cerca di avanzare per dare un senso all’esistenza vuota.
Per il resto, che dirti?
Troppi hanno disertato il ruolo e la funzione. Persino sul fronte interno qualche Generale pensionato considera “Deriva” l’apertura sindacale scaturita dalla rilettura della Carta sociale europea sulle discriminazioni, ponendola all’origine del “decadimento etico dell’organizzazione militare attuale”.
Quelle dichiarazioni non contengono spunti che accendono l’intelletto ed avrei sufficienti motivi per confutare una semplice opinione di parte, peraltro assai lontana da qualsiasi riflessione giuridica, ma m’impongo di fuggire dai pregiudizi che riflettono le mode e i condizionamenti del potere.
L’eccessiva riproposizione del vetusto piglio paternalista che emerge dalle interviste, a mio modesto avviso, rivela l’inconsistenza del dire e ridimensiona la portata dei catastrofici scenari tratteggiati nel tentativo di demonizzare il cambiamento. Si teme la luce dei ragionamenti che demoliranno le opinioni correnti con argomenti veritieri.
Ma non è tutto e Tu lo sai! Forze silenziose, sott’ombra, tessono legami di grembiuli nel cerchio dell’effimero, mentre obliqui segni incedono, tra gli occhi indegnamente chiusi...
Non possiamo vivere da ciechi se la vista acuta del cecchino punta risoluta al futuro della Patria e dei suoi figli… e l’esortazione impone ai Generali di non essere spergiuri.
Noi sappiamo chi siamo, cosa facciamo e perché lo facciamo. Noi abbiamo giurato di stare dove stiamo, tra il pathos e le rovine di chi dimentica la storia e viscidamente trama.
Noi siamo l’argine sottile alla smodata bramosia che indigna e demotiva, mistifica e nasconde con l’odio e il tradimento.
Chi ama la sua Patria onora la Bandiera e rispetta la sua legge.
Chi ama la sua Patria è pronto già a cadere mentre la difende da nemici e traditori.
Chi ama la sua Patria è orgoglioso di servirla e non può cedere il passo al dubbio del mediocre, al vile che tradisce e al servo che impone il giogo e la catena del padrone.
Noi siamo l’umile candela nel buio della notte e non possiamo indietreggiare oltre venendo meno alla funzione che rende nobile l’azione di chi con dignità protegge e cura.
Questa Nostra società malata ha perso la strada del buon senso e muove i propri passi frettolosi sulla corda tesa tra i bordi dell’abisso. C’è un’aridità interiore che svuota la sostanza delle vite spigolanti dei gregari che si sentono padroni delle esistenze che non hanno.
Fenomeni da circo contornati da pagliacci strafatti e rimbambiti che insultano superando la misura, protetti da un sistema senza onore né bandiere che vilipende persino i propri morti.
Quanti minuti pensano di vivere questi fenomeni inneggianti all’anarchia se Noi ci tireremo indietro e dovranno difendersi da soli dai bruti che gli mischiano le ossa e li sodomizzano cantando?
Il Nostro è un mestiere necessario e ingrato che i vili non potranno mai capire.
Solo il guerriero conosce la legge di natura ed essa ignora la “ferocia”.
É la legge del più forte belli miei!
Si potrà provare a fare i duri, ma c’è davvero poco da ringhiare se si resta senza denti al primo insulto!
Dobbiamo riscoprire l’esserzialità della parola e raffrenar gli istinti.
“L’uomo è l’auriga, l’istinto il suo cavallo. Il buon auriga non toglie le briglie al cavallo. Il buon auriga non taglia la testa al cavallo. Il buon auriga guida il cavallo perché non vada nello strapiombo e marci dentro il sentiero sicuro".
Cordiali saluti e a presto leggerti.
Con l’affetto e la stima che conosci, Gaetano.